Il seguente racconto è frutto di fantasia, perciò ogni riferimento a cose, luoghi, persone, fatti e pugnette realmente avvenute è da considerarsi perlopiù casuale. Se poi vi riconoscete in avvenimenti così mediocri, quelli sono cazzi vostri.
Resoconto di una grande scopata
Era un sabato pomeriggio e come spesso accadeva in quel periodo stavo ascoltando le lamentele di un cliente. Mentre giocavo a FreeCell, nella cuffietta l’omino mi ripeteva quanto fosse ridicolo che per ricevere la conferma telefonica di un ordine fatto a una società aperta setteggiornisussètte dovesse aspettare tutto il fine settimana. Mentre riordinavo gli assi secondo l’ordine picche-quadri-fiori-cuori per l’ennesima volta, rispondevo in automatico leggendo una frase scritta a caratteri di piombo dentro il mio kranio: “Siamo spiacenti, questo è solo il call center della società, ed è aperto setteggiornisussètte per rispondere a qualunque Vostra esigenza. La Società CommerTel SpA è invece aperta dal lunedì al venerdì, dalle zeroottoezzerotrenta alle trediciettrenta e dalle quattordicieqquarantacinque alle diciassettezzerozzero”. Avrei detto questa minchiata per sempre, ma il mio lavoro era ripeterlo solo finchè il cliente si fosse stufato di ribattere con la sua solfa, cosa che accadde dopo appena quarantacinqueminutiettrentasettesecondi.
Chiaramente era tutta una balla. La CommerTel SpA eravamo noi stessi, vendevamo il niente al prezzo di due chili di pane. Col niente che vendevamo ogni due minuti potevamo sfamare un villaggio in Congo e smetterla di rompere il cazzo agli anelli del Papa, e invece arricchivamo un tizio con un occhio di vetro che scorrazzava in limousine per tutta Cerveza Heights.
Mi ero appena stufato di FreeCell e non c’erano clienti cui ripetere la mia frasetta cazzuta. Così appoggiai la schiena alla sedia e mi misi in ascolto delle chiacchiere delle mie colleghe trentenni. Una di loro una volta mi chiese qualcosa in merito al ballo. Per farla ridere dissi che non ballo da quando avevo 16 anni e infatti rise. Chiaramente era tutta una balla. L’ultima volta che ho ballato avevo bevuto e comunque ero lontano dalla mia città, che non si sa mai.
Continuarono a sfringuellare delle loro serate sculettanti. Una di loro, una ventiseienne con la paura di sembrare vecchia (paura anche detta “cinquantennite”) disse che si era stufata di quei posti con la musica spacca timpani dove
a) si sta sostanzialmente fermi sul posto
b) si suda come dannati e
c) si è circondati da troiette che cercano le mani giuste da farsi mettere sul culo.
Lei infatti aveva finalmente conosciuto un uomo straordinario che l’aveva portata a scuola di ballo e il sabato sera la portava in posti dove sul serio la gente vera va veramente a ballare davvero. Un posto tipo balera, diceva. Lui era fantastico, ballava da otto anni ormai e passava tutte le sere lì, in quel posto tipo balera. La prima volta si erano incrociati in pista e lui l’aveva fatta roteare per tutta la pista e si era divertita un sacco, con quell’uomo straordinario. Infatti quella sera tornava in pista, e siccome lei lo vedeva interessato all’articolo probabilmente sarebbe successo qualcosa e dato come si muoveva bene lui sarebbe stata sicuramente almeno una grande scopata.
Qualche giorno dopo chiacchieravo di tutt’altro con un giovane collega dalla faccia pulita (e con la moto ancora più pulita). Egli sosteneva le solite stronzate che si sostengono quando devi passare un sacco di tempo e non sai che stronzata dire, e quindi era un tripudio di donne tutte uguali divise in due gruppi, ovvero zoccole e puttane. Io intanto pensavo a come prendere per il culo il prossimo cliente, quando ad un tratto si avvicina la ventiseienne con la cinquantennite. Essa si rivolse a noi due con l’aria di chi vuole darci un consiglio da intenditrice, e con un gran sorrisone disse
“eeeh lo so, voi avete bisogno della femmina... Ci stanno questi posti dove si balla latinoamericano, sono tipo balere, ma non serve saper ballare che tanto è pieno di maestri e istruttori che vi guidano. Andate lì, che è pieno zeppo di troie. Sul serio, ma veramente pieno zeppo davvero”. Chiaramente era tutta una balla.
Chiaramente, la grande scopata era andata a qualcun'altra.
Ed ora, il testo originale della vera canzone del veramente vincitore morale del Festival di Sanremo reale della verità.
Posologia d'uso: lasciate partire il video sottostante cliccando il tasto Play. Poi ignorate il video e, seguendo la melodia che le vostre casse accese lasceranno intendere, seguite il testo più in basso andando a ritmo col flusso vocale.
Avvertenze per comprendere al meglio la posologia d'uso:
-Dicesi video una sequenza di immagini montate con o senza audio.
-Sottostante significa "posto al di sotto di".
-Il tasto Play è quello che raffigura un triangolino con il vertice puntato verso destra. Esso non ha connotazioni politiche.
-Il triangolino è una piccola figura geometrica caratterizzata dal possesso di tre lati e tre angoli. Tale figura geometrica rappresenta lo stereotipo di un famoso organo genitale.
-La melodia è quella roba odiosa che si trova in un brano musicale. Si contraddistingue dal riff per essere odiosa e per essere canticchiabile. In generale, chi canticchia melodie è odioso e non merita di vivere a lungo.
-Le casse sono componenti hardware che, qualora accese, permettono a computer fissi (desktop) e portatili (laptop) di diffondere messaggi sonori quali segnali acustici, canzoni, sinfonie e suites, ma soprattutto merda. Quando le casse sono spente sono utili come le vostre orecchie: fanno da ornamento allo schermo e consentono alla sporcizia di avere un posto comodo dove stare.
-Con il verbo intendere si definisce un’azione che, assieme al comprendere, dà senso alla comunicazione. È composta dal prefisso IN- e dal predicato tendere, che insieme significano “andare verso” la frase recepita. Approfondire questo dettaglio sarebbe complesso e comunque non credo capireste.
-Il testo è un vaso di terracotta. Nel Medioevo veniva usato per deporre basilico. In una novella del Decameron di Boccaccio la giovane Isabetta usò il testo per nascondere la testa di Lorenzo, con la quale i fratelli della giovine volevano soddisfare pulsioni carnali inserendovi all’interno il proprio fallo.
-Il ritmo è un’organizzazione arbitraria del tempo secondo schemi matematici. Qui si intende un’automobile utilitaria della Fiat, in voga negli anni ’70.
-Il flusso vocale sarebbe la voce.
E ora… Sincerità a tutti!
Arisa - Sincerità
Sincerità
Mio dio, ma quanto costa il dentice?
Le barre non ci son del codice
Il lucro è nella cronaca.
Sincerità
Solleva il mento al dirigibile:
Almeno finchè indimostrabile
Taciam le nostre iniquità
E manifestavo col clero
Dicevo bugiardo a Keplero
Per gioco ho picchiato un barbone
Votavo per la castrazione
Chi spara ripara l'onore
Pudore, pudore, pudore,
Lo presi dal buco del piercing
Dal ponte nel fiume lo spinsi
Oddio
Che cos'è quest'odore
Terùn
Ho nascosto le scorie
Catarsi
Mogli al bue se ti pare
Sospeso d'un tratto il frinire
La rondine deve muggire
Sincerità
Ci sta prendendo per il podice
Lasciamo che una sola cimice
Preservi la malvagità
Sincerità
Il the alla menta è digeribile
La pillola ti rende sterile
La fantasia è metodica
Capisco che quello che dici
E' il sesso che fanno gli amici
Le pustole in faccia fan male
Ma puoi consultare un dottore
Sei annoverato fra i brutti
E pure fra gli ipovedenti
Consolati almeno un pochino
Andiamo a spacciare in giardino
Sincerità
A Chiara fanno schifo i broccoli
La carta igienica va a rotoli
Ma senza la vivacità
Sarò molto restio
Su questo scialaquio:
Il fato dell'amato nel mio fiato brillerà.
Propugno il fai da te
Finanche a Saint-Tropez
La coppia è noia ma non si può dire
Sincerità
Ogni mattina bevi un calice
Pien di speranza e merda all'anice
Ricordi e matematica
Sincerità
La voglia meno difendibile
Di una nazione già esecrabile
Votata all'immobilità
Votata all'immobilità
Votata all'immobilità
Ballata dei vestiti in terra (a te che non sei proprio niente)
Le macchie del soffitto
mi fissano;
fanno compagnia ai tuoi occhi
e indagano.
Io ti rispondo
che non è nulla,
e che sono felice
per com'è andata questa notte.
Te la ricordi?
Sei seduta a cavalcioni
sulla mia dignità e
con la bocca spalancata.
Nel tuo gridolino strozzato
ci sono troppe orecchie
e la mia voce è altrove
a confidarsi piano.
Finalmente vai via, portandoti dietro
i miei resti nascosti in un sacchetto di lattice
che butterai nel primo secchio
trovato sulla via di casa del tuo uomo.
Non ci so stare senza di te, da solo
nella stanza che mi ha visto crescere,
rimango senza parole né lenzuola calde
che mi coprano dallo sguardo di tua madre.
Lei si avvicina, mi tocca la spalla con un dito.
Io mi sdraio come se mi avesse detto di farlo,
non dice una parola, scansa i vestiti in terra col piede.
Ha visto ogni cosa del nostro amplesso.
Esce dalla stanza pulendosi la bocca,
ancora non conosco la sua voce,
né la saprò mai. E proprio come te,
nonostante tutto, non ha lasciato traccia.
In attesa del prossimo post, al quale sto lavorando con dedizione, vi lascio il testo di una bella canzone che ho sentito qualche giorno fa e che mi ha riempito il cuore di una gioia incredibile!!!!!!
Ciao, alla prossima!!!!
Le mie mani sono p(i)ene
Le mie mani sono piene di benedizioni
Le mie mani sono piene di benedizioni
Il fratello che tocco guarito sarà
La sorella che tocco guarita sarà
Le mie mani sono piene di benedizioni
Cristo mi ha preso per mano e non mi vuole lasciar
Cristo mi ha preso per mano e non mi vuole lasciar
Io ero tanto triste ma ora son felice perchè
Cristo mi ha preso per mano e non mi vuole lasciar
Le mie mani sono piene di benedizioni
Le mie mani sono piene di benedizioni
Il fratello che tocco guarito sarà
La sorella che tocco guarita sarà
Le mie mani sono piene di benedizioni
Io mi sono innamorato,
mi sono innamorato di Dio
mi sono innamorato di Dio
Io mi sono innamorato,
mi sono innamorato di Dio
mi sono innamorato di Dio
Io ero tanto triste ma ora sono felice perchè
Cristo mi ha preso per mano e non mi vuole lasciar
Le mie mani sono piene di benedizioni
Le mie mani sono piene di benedizioni
Il fratello che tocco guarito sarà
La sorella che tocco guarita sarà
Le mie mani sono piene di benedizioni
La CommerTel SpA ha raggiunto nell’ultimo anno un buon grado sia per quanto riguarda la produttività sia per organizzazione interna. Ciò è stato possibile grazie all’impegno di tutte le componenti, a partire dai Nostri collaboratori che hanno saputo rispondere con prontezza alle sfide che continuamente la Nostra Azienda si pone, ed è a loro che va anzitutto un Nostro ringraziamento particolare.
L’incentivazione del lavoro, caro Babbo Natale, in una società come la Nostra che guarda costantemente al top del mercato di riferimento come a un parametro di base, è percepita da Noi dirigenti come un doveroso attestato di fiducia da attribuire ai settori meritevoli.
Il Nostro premio di produzione viene calcolato sul bilancio annuale lordo, caso quasi unico nel panorama nazionale, in modo da rendere i Nostri collaboratori partecipi delle sorti aziendali in maniera più attiva e puntuale. Per ottenere questo, l’Azienda ha bisogno di contenere i costi eliminando quelli superflui (luce, acqua, linea telefonica, computer), perché l’idea di dare i Nostri soldi ad illustri sconosciuti, anziché ai Nostri lavoratori, non Ci piace.
La CommerTel ritiene inoltre, caro Babbo Natale, che la gestione del benessere interno debba andare al di là dei rapporti di lavoro e retribuzione.
Ed è per questo che, come ogni anno, Le sto scrivendo due mesi prima della Sua venuta: tra poco più di una settimana cominceranno le promozioni natalizie dei Nostri maggiori partners di vendita, e l’assommarsi degli ingenti carichi di lavoro non Ci avrebbero concesso di richiederLe che i lavori del nuovo acquapark del Presidente siano ultimati quanto prima, in modo da poter trasferire il Nostro Customer Care nei sotterranei posti sotto la piscina con le onde da 25'000 metri cubi.
Certi che il rapporto di stima e reciproca fiducia maturato in tutti questi anni sia destinato a proseguire, Le lasciamo sulla scrivania, come di consueto, una tazza del caffè del Nostro distributore automatico.
Feci la mia comparsa da una densa nuvola di fumo creata dalle sigarette di alcuni adolescenti senza capelli.
La loro gara nel mondo dell'apparire era appena iniziata ed io provavo una certa qual tristezza. Le giovani membra femminili stavano avvinghiate a quelle razze di ominidi simulando casualità e naturalezza, ma soltanto il loro snobismo luccicava per natura. Queste coppie di poppanti degenerati stavano lì fissi accanto ai loro motorini, e si guardavano negli occhi ma è alle sigarette che stavano pensando, a quel loro strano potere di dare fisionomia definita perfino all'ultimo dei coglioni.
In quest'atmosfera di squallore generico, entrai in una farmacia. Sull'uscio una signora sulla cinquantina metteva gli spiccioli di resto nel borsello, mostrando distrattamente il suoacquisto, un clistere nuovo fiammante con tanto di tipica pompetta rossa. Mi misi in coda.
"Un pacchetto di quelli", chiese il nero che mi precedeva alla farmacista. Occhialuta e tinta di biondo, ella rovistò a lungo nel settore per adulti mostrando una faccia qualunque, e ne tirò fuori un pacco di preservativi elephant edition.
"Sono 15 euro", disse lei.
"Guardi... volevo quelli normali... Lattice... Basic..."
"Ma come, ma lei è..."
"..."
"Non si lamenti poi, se le si spaccano."
"..."
Nel silenzio lui pagò, nascose il pacchetto e se ne andò. Giunse il mio turno. Per evitare lo scontro, dato che se mi metto a discutere sono una piaga sociale, presi a pensare alle banalità più immediate che mi venissero in mente.
Il traffico, pensavo. Un lavoro sui 1500 euro. La visita mensile al barbiere.
"Buongiorno", disse lei. Rimasi un po' sovrappensiero e venni malinterpretato.
"Mi spiace" aggiunse, "per averla fatta aspettare... Questi clienti stranieri, non parlano bene e ci vuole più tempo..."
"Buonasalve", irruppi. "Ho mal di gola, una scatola di Merocaina per favore."
"Subito..."
La stronza ostentava una professionalità che non aveva, e sparì dietro un angolo in cerca del mio farmaco non commercializzato. Fissai per un attimo la scatola di elephant edition lasciata dal menarca mentale della biondina, un prodotto per soli paletti neri. Me lo misi in tasca, ripromettendomi di non lamentarmi se si fossero spaccati, e uscii con i miei amici ancora nel portafogli.
Alla fine del congiungimento sessuale stavo andando via con la testa, seguendo alcune venature del soffitto che prima o poi dovrò ritinteggiare. Lei mi chiese che stavo pensando e mi toccò rispondere per non dare sospetti. Dissi che pensavo a tutte le volte che me ne stavo sdraiato su quello stesso letto con un pallone in mano, che lanciavo verso il soffitto e riprendevo al volo, facendo tutti quei segni che stavano ancora lì.
"Sai," continuavo "ci pensavo perchè prima, quando eri sopra a cavalcioni, per un attimo ho visto la tua testa come se fosse stata quella mia vecchia palla, una palla rosa che mi faceva ancora i segni sul soffitto"
"...è per questo che poi hai allungato le mani verso il mio viso?" chiese lei. "Per riprendermi al volo?"
"Esatto, tesoro."
Lei sorrise in quel suo modo incantevole, fra sé, e si girò sul fianco opposto. Ed è stato in quel momento che mi sono ricordato quanto mi trovavo bello, finchè ero solo.
"Sei il solito scemo, Marco... sei proprio uno scemo" disse lei.
Ora scriverò un post breve e semplice. Oggi vanno di moda i post brevi e semplici. In genere io scrivo post lunghi e complessi, che è un po’ come andare in giro con l’Alfetta nell’era dei SUV, ma ora voglio provare il dubbio divertimento di scrivere come tutti gli altri.
(C’è una parte di me che dice che sto sbagliando, che dovrei continuare a scrivere cose lunghe perché invece ho del talento.)
Volevo dire che in questo momento sto guardando la replica della puntata del 2 ottobre di Anno Zero (Michele Santoro, Marco Travaglio) e c’è un nero che parla in milanese. Ne sono davvero colpito! Che uno se lo immagina, che molti neri parlano milanese. Ma trovarsi di fronte alla cosa, a me che sono romano, è una cosa che inebria. E non è nemmeno una questione di accento, che uno lo ascolta due volte e non si stupisce più. La questione è tutta nella parole scelte, nel modo di applicarle alle frasi che si intendono dire. Tutto un discorso impepato di “cioè” e di insofferenza giovanile, vocali aperte, aperitivi fra le righe… Non lo so. Mi è sembrata la chiarissima prova di quanto sia cretino il benessere che la nostra società mette in mostra.
Come un ragazzo che si compra una chitarra, la suona fino allo sfinimento, la conosce in lungo e in largo anche meglio del suo arnese, quello delle mutande per intenderci. Va a New York e fa un provino per suonare, che so, nei Metallica, nei Dream Theater, negli Wilco, fate voi. Poi gli dicono “hey, ci sai fare con quelle dita! Sei dei nostri!”. E da quel giorno in poi il gruppo con il chitarriere cazzone pieno di sogni diventa una cover band dei Vasco Rossi, e lui ne è contento. Ecco, una cosa così.
Per l’uscita di questo mese la Redazione di Traviato Rock ha pensato di pubblicare un’intervista ad un personaggio molto particolare. Innanzitutto buonasalve, Personaggio Molto Particolare!
Non è stato semplice trovarvi, nessuno sapeva più indicarmi la strada…
È un periodo di magra, sa: finanziarie e banche americane che falliscono, il prezzo del pane che aumenta, il petrolio… Penso che ne risenta anche lei, dopotutto.
Era tutto piuttosto prevedibile, l’importante è che se oggi uno ha due lire in banca è meglio che le tolga di lì al più presto. Io non le ho, ad esempio, ma sono abbastanza sereno lo stesso.
Sereno, già. Eppure è strano che una persona come lei parli di serenità, dato che ha fatto una scelta che nell’immaginario collettivo non ha nulla a che vedere con la serenità. Può spiegare ai due lettori idioti di Traviato Rock di cosa si tratta?
Certamente, e volentieri: ho deciso di togliermi la vita.
Ecco, sono contento l’abbia detto lei, io non ce la faccio. Perché ha deciso così?
Mi annoio in maniera sottile ma palpabile. Ho tutto quello che voglio, ho i soldi ed un mucchio di gente che se non mi vuole bene quantomeno mi stima. Mia moglie mi ama e il mio lavoro è appagante solo per quei pochi che hanno molto successo, ed io ce l’ho. Ma quando senti di aver raggiunto la misura oltre la quale non potrai andare, e questa sensazione è confermata da un’analisi razionale approfondita, beh…
Ma non le sembra un ragionamento, e lo dico in senso deteriore, “borghese”? Voglio dire, ha subito buttato le mani in avanti dicendo che sta bene, come per giustificarsi dell’atto brutale che sta per commettere nei confronti di chi le vuole bene, soprattutto donne e bambini. Crede forse che raggiungere il benessere sia il fine ultimo della vita?
Non condivido la tua analisi, ma ti capisco se non mi capisci. È per questo che stai cercando di provocarmi con questo sillogismo da prete ignorante, ma ti perdono perché l’argomento è delicato per molti. So bene che posso cambiare tutto, posso abbandonare la mia carriera e andare a vivere nei boschi mangiando corteccia, oppure potrei stabilirmi ai Caraibi e succhiare limonata in mezzo alle graziose puttane del luogo. Non sono fatto per una vita ciclica fatta di azioni tutte uguali ripetute ogni giorno, ma qui ho tutto quello che mi serve per essere felice e so che altrove mi sbatterei molto per cercare quello che ho qui: mia moglie, gli amici, una buona scorta di birra e le braciole migliori dello Stato.
E non potrebbe, semplicemente, godersi tutto quel che ha?
Ora sei tu che stai facendo il “borghese”. In maniera perversa e contraria, ma con gli stessi esiti. Come ho già detto stare qui mi appaga totalmente, ma in maniera ciclica: mi sveglio presto, curo il mio orticello, faccio jogging, penso alle storie che voglio scrivere, faccio il sesso e la spesa e tutte le altre cose che si fanno per mandare avanti una casa. Mi interesso di musica, viaggi, cinema ed altre cose mutevoli per definizione. E capisco che la società permetta agli analisti di fare il mucchio di soldi che fanno cercando di mantenere vivo chi vuole ammazzarsi perché lo Stato ha bisogno delle mie tasse, quelle che i morti lasciano pagare ai vivi, però io mi sono stancato. Ed è un fatto che lo Stato prepari gli analisti in maniera insufficiente, riguardo al nostro caso.
A me non sembra necessario un analista: lei non vuole trovare un “compromesso” fra le gioie che la vita le dà e la noia che percepisce nel ripetersi di giornate tutte uguali. Sa che milioni di persone vivono inseguendo solo la puzza della gioia che ha lei, e sono così abituati alla noia da non accorgersene?
Mio caro lei, ti dimentichi del mio matrimonio. So cos’è un compromesso, ce l’ho sopra e accanto tutte e notti, e al dito durante il giorno, sotto forma di anello; l’ho scelto io e ne sono felice. Il punto è un altro: sulla mia esistenza stanno scorrendo i titoli di coda. Non scuotere la testa, non permetterò che sia un accidente a decidere se è finita o no. Mi fanno ribrezzo quelle vecchie megere il cui bambino è crepato a trentasette anni mentre si lamentava della crisi dentro una fabbrica, e quelle frasi come “sono i figli che devono seppellire i genitori, non il contrario”. Quei dogmi da osteria sono il tripudio dell’ignoranza, l’apice del moralismo.
E come dev’essere, secondo lei?
È sempre bello vedere che chi intervista non capisce un cazzo di quel che gli si dice. Stiamo parlando della vita! Ti risulta che la vita, la tua gustosissima vita, abbia uno schema fisso?
Nascita, crescita, sviluppo, senilità, morte naturale… forse è troppo banale per lei?
Ti racconto una storia: lei stava uscendo dalla fattoria quando vede che nel fienile c’è un ragazzo biondino, muscoloso, tutto sudato, e decide di portarselo a casa. Il padre di lei gestiva la fattoria e per ospitarlo avrebbe voluto un affitto, ma lei disse a lui che non c’era problema, che ci pensava lei. Passarono cinque mesi prima che la smettessero di darci dentro ogni porca notte. Poi il fattore licenziò lui e lo cacciò dalla fattoria, perché il giorno prima al fienile era arrivato un negro con le dita che erano il doppio del cazzo del biondino. La morale è che se il biondino fosse stato donna il fattore prima o poi si sarebbe stufato di farsi fare i pompini da lei. E per quanto mi riguarda io sono la figlia del fattore e mi sono fatta trapassare dalla coda del mostro di Lochness.
Lei è razzista?
No, ho detto negro perché sennò i suoi due lettori idioti non avrebbero capito.
Capisco. Cosa pensa di Mishima?
Mi piace molto il sushi, soprattutto quello con l’alga all’interno del riso.
Bene. Vuole dire qualcosa per concludere?
State alla larga da Yukio Mishima, ma soprattutto alla larga da OndaRock: è scritto da tredicenni col cervello nel culo che cuciono palloni in nero per conto dei bambini thailandesi.